Il movimento che strappa se stesso, carne di un cuore acceso nella povertà di notti degradate. Maria: non ti vedo arrivare se guardo dalla finestra non ci sei non vedo non sento il fruscio della tua gonna a pallini. Devo immaginarti chissà dove.

Così dunque tutto volge al termine come un lungo aneddoto, perfetto esempio di storia di passione, tenerezza, mistero, ambiguità, silenzio, fuga. Inutile dirlo, già presagio con ombra di tristi parole. Bocca di cenere, la parola umana affumicata come un salmone. Bambinesca espresione di malessere. Bagnarsi le labbra con il giallo rimasuglio di una bottiglia verde con sapore aspro e verde con sbiadita effervescenza. Riprendere il candore ritmico del fare-disfare. Arrestare il nero umore che Rodolfo condusse alla disperata abdicazione. L’azione che si arresta è insufficiente, fosse una corrente del golfo di Panama, fosse l’Alabama delle mie sventure terrene. Soffocare il diseredato pianto nella sua conca di tristi memorie. Parole spente, candele smoccicate e voglia di tornare. Il sapore amaro di letture interrotte. Il tocco facile in questo silenzio sperduto in un momento di  tenerezza convulsa, lucidità lirica, luce tiepida e tagliente. L’inferno della mia bocca affamata di rossi baci al buio. Pietre posate l’una sull’altra. Muraglia. Sognare non più. Differenza molta, nessuna. Susseguirsi. Integrazioni di cui solo lui sa. Segreti irrazionali della sua mente contorta. (“Io sono una persona complicata!”). Mai finire una frase, mai. Calpesta sotto i piedi la coerente successione del discorso e piano piano costituisce un nuovo piano di scrittura. Attenta abilitazione al bello, predisposizione sacra, armonia…

Terribile, è terribile se a prenderci gusto, una novità si scorda sempre come sbiancato tra le midolla di un soldato in putrefazione sulla riva. Pagina che sembra più corta. Vero? Produttività: spesa del corpo. Ricerca del disfacimento nel facimento. Fare, fare, mangiare, digerire. Defecatura verbale per gli addetti ai lavori. Profetico, strutturale con forza di rimaneggiamenti post-parto. Non parto? Invece…un cane in fuga, ecco cosa. Randagio, lui. Restituiranno la pigione. Cervello a pigione. Più del giusto. Persino l’antigioia sposata al deturpante volto di quel Signore in croce lì. Noi tutti in attesa del suo sofferto viso in penombra. Nulla in fiamme quello che ti aspetta da qui a breve, un nugolo di spine e mò di sudario per i màrtiri del desiderio. Antistaminica indecenza assonnata. Non si può più dormire senza gli occhi, un guanto bianco di tela fine, parole ruminate a lungo nel buio profondo di un risveglio assetato. Questo pazzo mondo ubriaco di sonnolenza, accordato al registro della tua mente. Attesa per chi cosa dove quando perché. Gli accenti volanti ancora mi ricordano il primo timido cominciamento, quando tutto era rivolto all’amico che non muore, e dunque si rivede. Pagine umidicce nel fresco della notte Praghese. Il momento giusto è sbagliare approssimativamente.

E allora andiamo, tu ed io……………………………

Tutto risulta più facile se ci si concede l’inarrestabile di-vertimento come una ferita senza importanza. Bugiardissima incoscienza, toglie al volto la sua innaturale espressione di abbandono mistico, misto a smorfia di dolore. Uscire una volta per sempre dall’eterno ritorno dell’eguale, questo si dovrebbe.

11 mesi fa